| Amelia e il suo territorio hanno condiviso con
altre zone della Regione una economia prevalentemente agricola:
il ritmo del lavoro dei campi ha favorito il tramandarsi degli usi
e delle tradizioni.
Sono atteggiamenti che si ricollegano alla religione, ai miti, alla
magia, nel rispetto di leggi non scritte, sulle quali padri e figli
hanno regolato il proprio lavoro e la propria vita privata.
E’ rimasto molto del mondo paesano e tradizionale: la civiltà
degli Amerini è raccolta e interiore, quasi una sapienza
dell’anima.
Nel quotidiano sacro e profano convivevano: i contadini
chiedevano l’aiuto e la protezione alla Madonna e ai Santi
per loro contro le calamità naturali e il diavolo.
Ancora oggi, in cima ad ogni covone il contadino pone croci di canna
e offre mazzetti di spighe, in segno di ringraziamento, alla Madonna,
nel Santuario. Il diavolo era temuto e si credeva che fosse sempre
pronto a tentare i poveretti per farli dannare; se involontariamente
lo si nominava si doveva, subito, pronunciare lo scongiuro “Dio
ce guardi!”. La croce rimaneva il mezzo più efficace
per allontanare il diavolo; è rimasto l’uso di appendere
una croce alla porta di casa o di conficcare una croce nei campi
o di segnare il pane con una croce.
Dio, la Madonna, i Santi erano invocati per prevenire
o debellare il male: ogni parte del corpo umano aveva il suo protettore.
Per esempio, il Beato Torello, era il protettore delle partorienti
e una oleografia con la sua immagine, che è tutt’ora
in una casa aristocratica d’Amelia, veniva portato in casa
della donna che stava per partorire per facilitare il parto, accompagnata
da una processione di devoti.
Nella mentalità popolare malattia e maleficio
si identificavano: collane, bracciali, erano usati come amuleti,
oggetti che si credeva preservassero dalle malattie e diventavano
essi stessi sostanze medicamentose.
Ogni pietra scura si credeva portasse male: il corallo
rosso messo al collo dei bambini aveva il potere di difenderli dal
male, il corallo bianco al collo della puerpera aumentava la portata
del latte.
Il matrimonio era un avvenimento molto importante: comprendeva un
periodo di feste ed approcci fra le due famiglie che si avvalevano
dell’aiuto dei paraninfi.
La filastrocca popolare “E’ arrivato
l’ambasciatore…” è un ricordo delle lunghe
trattative per il matrimonio. Il giovane manifestava il suo amore
con un dono, una pezza di stoffa grezza o rossa; era un invito alla
fidanzata perché potesse dare prova delle proprie qualità
di donna di casa. La ragazza ricambiava a Pasqua offrendo un dono
significativo che era anche saggio della sua bravura: una camicia
di lino da lei stessa cucita e ricamata, un panciotto e dolci tradizionali,
tutto disposto in un cesto intrecciato, anche questo da lei. Il
giovane qualche giorno prima delle nozze donava alla futura sposa
il finimento: orecchini e collana d’oro e corallo che, accompagnato
dalla madre, una comare, o una vicina di casa, aveva acquistato
in una oreficeria della città.
La sposa ricamava il suo corredo, che pochi giorni
prima del matrimonio veniva portato nella nuova casa.
Lo spostamento era fatto con solennità e
seguito da un rinfresco.
La sposa nel giorno del matrimonio uscendo dalla
casa paterna, tagliava il nastro messo attraverso il portone di
casa e veniva accompagnata in chiesa da parenti ed amici. La sposa,
poi veniva accolta nella casa maritale della suocera, che, segnalandola
con ramoscello d’olivo le diceva:” Te benedico co l’oliva,
scaccia satana da casa mia”.
La sposa trovava vicino alla porta una scopa e una
rocca, invito esplicito ad usarle per dimostrare le sue capacità.
Nella memoria popolare è rimasta la filastrocca
della rocca la cui protagonista è una sposa che in ogni giorno
della settimana trova una scusa per non prendere in mano la rocca
e non lavorare.
…la donna che se perse la conocchia…
…tutto lo lunedì la va cercanno,
lo martedì la ritrova rotta,
lo mercudì la va riccomodanno,
lo giovedì ce pettina la stoppa,
lo sabato jè rifà la testa,
dimenica non fila pehè è festa….
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