Piermatteo d'Amelia: (n. 1445-48 (?) - m-
1506(?) ) pittore tra i grandi del '400 fu contemporaneo
del Signorelli. Recentemente identificato con un ignoto artista,
chiamato dai critici il Maestro dell'Annunciazione Gardner, dalla
sua opera tipica, la pregevole pala un tempo nella chiesa della
SS Annunziata di Amelia ed ora al Museo Gardner di Boston. L' autore
si è formato sul Lippi, sul Perugino (periodo verrocchiano), ma
con una personalissima nitidezza di forme, simili a quelle di Melozzo
da Forlì e di Antoniazzo (corrente romana). A Roma una delle tre
botteghe d'arte più importanti era la sua. A lui è attribuita una
lunetta nella chiesa di San Francesco a Terni: Cristo, San Francesco
e San Bernardino, ma soprattutto uno dei capolavori del '400 umbro
"La pala dei francescani" conservata nella pinacoteca di Teni. A
Narni, nella chiesa di Sant'Agostino: Madonna con Bambino sulle
ginocchia, tra le Sante Lucia e Apollonia, nello sfondo del sereno
paesaggio umbro, che sorridono a chi en tra; nella chiesa di San
Domenico, analogo affresco, con i Santi Domenico e Tommaso. Ad Amelia
è conservata una pregievole tavola raffigurante Sant'Antonio Abate
esposta nella locale pinacoteca. Altre opere attribuite al pittore
amerino sono conservate in importanti musei in tutto il mondo. Piermatteo
fu amico di Sisto IV, che lo chiamò ad affrescare la volta della
Cappella Sistina (1480), nella quale poi operò Michelangelo. Lavorò
anche nella Biblioteca vaticana e nelle stanze Borgia.
(Link: )
Gian Francesco Perini: (sec XV -XVI)
Pittore allievo del Raffaello lavorò nel palazzo apostolico sotto
la guida del grande Maestro. "Artista di buon livello attento ai
principi architettonico-spaziali affermati dal Bramante e da B.
Peruzzi e sensibile alle novità della pittura che giungevano da
Roma e dall'Italia centrale" ad Amelia si conserva nella Cattedrale
una "Coena Donini" su tavola. Dipinse a Vitorchiano e Tuscanica
e nella vicina Narni. Fu anche valente nell'intaglio, e al cornice
dei suoi quadri è lavoro del suo scalpello. Dell'omonima famiglia
anche altri artisti quali Giulio e Bartolomeo Perini. (cfr dott.
Paola Mangia I Geraldini di Amelia nell'Europa del Rinascimento
- Atti del convegni storico Internazionale Amelia 21-22 novembre
2003)
Litardo Piccioli: (sec. XVI) Pittore
“allievo di Livio Agresti fu erede per via testamentaria delle
attività artistiche del maestro, a lui sono attribuite numerose
opere nelle chiese e nel territorio di Amelia. L’incarico
che ricevette per la realizzazione delle cappella dell’Assunzione
a Roma in S. Spirito in Sassia al posto dell’anziano maestro
induce a considerarlo una personalità ormai accreditata nel
suo ambiente e meritevole sul piano artistico”.
(cfr dott. Paola Mangia I Geraldini di Amelia nell’Europa
del Rinascimento – Atti del convegni storico Internazionale
Amelia 21-22 novembre 2003)
Augusto Vera (Amelia 4 maggio 1813 Napoli
14 luglio 1885), Filosofo. Augusto Vera nacque ad Amelia
il 4 maggio 1813. Completò i suoi studi a Roma e Parigi,
e, dopo alcuni anni di insegnamento classico a Ginevra, conseguì
la cattedra di filosofia in varie università in Francia.
In seguito fu professore a Strasburgo e Parigi., città che
lasciò dopo il colpo di stato del 1851. Si trasferì
dunque in Inghilterra dove trascorse nove anni.
Aderì con entusiasmo al sistema Hegeliano. Vera, che scriveva
correntemente in francese ed in inglese così come in italiano,
divenne l’artefice della diffusione della conoscenza della
dottrina di Hegel in Europa, nonché l’emblema del sistema
Hegeliano in Italia. I suoi scritti, pur non avendo una marcata
originalità, si distinguono per lucidità di esposizione
e spirito filosofico genuino. Nel 1860 Vera tornò in Italia
dove divenne professore di filosofia alla Reale Accademia di Milano
poi nell’anno successivo insegnò all’università
di Napoli città dove morì il 13 luglio 1885. Le sue,
Prolusioni alla Storia della Filosofia e Lezioni sulla Filosofia
della Storia, sono strettamente connesse alla sua attività
professionale la quale era imperniata sulla storia della filosofia
e sulla filosofia della storia.
La notorietà e il ruolo di Augusto Vera sono ancora oggi
legati ai numerosi scritti scaturiti dalla meditazione sulla cultura
tedesca tramite la traduzione e diffusione della dottrina di Hegel.
(Fonte: Enciclopedia Britannica XI edizione)
Angelo Geraldini, è con lui
che il destino della famiglia cominciò ad incrociare i grandi
even¬ti europei. Prelato della curia pontifi¬cia, nominato
conte palatino da Ca!¬listo III, nel 1455, Angelo nella sua
vita attraversò l’Europa, mantenne rapporti politici
con la Spagna, con la Germania e con le terre danubiane. La sua
formazione giuridica avvenne negli Studia, prima a Siena, poi a
Pe¬rugia; una formazione giuridica stret¬tamente integrata
con la cultura umanistica, recepita tramite l’inse¬gnamento
di Francesco Filelfo. Il Maestro lo introdusse come “lettore”
nell’ Università di Siena e quindi alla carriera diplomatica,
permettendogli di seguire gli oratori di Siena fino alla corte del
re di Cipro. In seguito gli fu affidata l’Università
di Perugia, che durante il suo rettorato prese il no¬me di Sapienza:
formulò le regole della nuova Università, recuperò
la Biblioteca, ebbe la nomina di profes¬sore di diritto, onore,
sino ad allora, riservato ai soli cittadini di Perugia. Finalmente
venne chiamato a Roma e nominato giureconsulto dal cardi¬nale
Domenico Capranica; il papa Niccolò V gli concesse il diritto
sul monastero di Sant’ Erasmo di Cesi. In suo onore furono
dipinti da Gio¬vanni Fiorentino gli affreschi della Chiesa di
Sant’ Erasmo in Cesi.
Dopo alcune difficili missioni nel sud della Francia, in qualità
di gover¬natore del Comtat Venaissin e di Avignone, e l’opera
di repressione dei dissidenti papali esecitata duran¬te il concillo
di Basiea (1482), papa Innocenzo VIII lo inviò in veste di
nunzio apostolico in Spagna con l’impegno di riportare l’ordine
nel¬l’arcivescovado di Siviglia, dove l’ar¬roganza
dei Borgia aveva creato gravi problemi. Angelo riuscì nell’intento,
e Rodrigo di Borgia, il futuro Ales¬sandro VI, rinunciò
a Siviglia, in Spa¬gna si incontrò con il re Giovanni
e la sua corte. Il re, che ne apprezzava le virtù diplomatiche
e la fermezza, lo nominò suo consigliere e primo ministro.
In questa veste tornò a Ro¬ma per ottenere la dispensa
papale per il matrimonio di Ferdinando d’Aragona e Isabella
di Castiglia, ren¬dendosi estremamente utile alla casa regnante
e, allo stesso tempo, pre¬zioso per la politica estera del papa.
Inviato come ambasciatore in Ro¬magna, una provincia tormentata
dai disordini causati da Pandolfo Malate¬sta, e riportata la
pace, fu nominato governatore. Per le sue particolari qualità
di diplomatico fu ambasciato¬re a Firenze, a Venezia, a Milano.
Uo¬mo di grande talento, sostenne la sua famiglia, fu presente
nella realtà citta¬dina di Amelia, acquistò terreni
nel¬l’Amerino, il Castello di Seppi di Ba¬gnorea e
Lubicano, dai Cervara Mo¬naldeschi. Fu eletto arcivescovo di
Genova per volere di Francesco Sfor¬za; tuttavia, prima che
il papa lo po¬tesse annoverare fra i cardinali, morì
a Civita Castellana nel 1486. Tra le tante vicende vale ricordarne
un’ultima si¬gnificativa: nel 1476 ospitò nel suo
pa¬lazzo di Borgo in Amelia, per venti giorni, il papa Sisto
IV, che aveva la¬sciato Roma per scampare la peste. Qui il papa
conobbe Pier Matteo d’A¬melia e gli commissionò
la volta della Cappella Sistina.
(fonte: )
Bernardino Geraldini, visconte delle
Terre della Val Topina, presidente di Camera del re Ferdinando di
Napoli, capitano di Capua, commissario ge¬nerale dell’Abruzzo,
ebbe il privi¬legio di unire lo stemma reale all’arma
gentilizia.
(fonte: )
Battista Geraldini, rettore della
Pro¬vincia di Abruzzo, podestà di Montefalco, di Orvieto,
di Firenze, di Rieti, di Lanciano, di Ascoli, che fu anche governatore
della Corsica e di Milano; Giovanni, vicario dell’arcivescovo
di Salerno, cappellano maggiore dell’arciduchessa di Calabria,
abbreviatore delle lettere apostoliche, eletto vesco¬vo di Catanzaro
nel 1467.
(fonte: )
Agapito Geraldini, uno dei personaggi
più interes¬santi della omonima famiglia, il cui destino
si intrecciò con le sorti di Cesare Bor¬gia e con le
sue ambizioni politiche. Nato ad Amelia nel 1450, nipote del giurista
Matteo, allievo del gramma¬tico e filosofo Grifone, a Napoli
ap¬profondì gli studi filosofici e giuridi¬ci, assunse
la direzione della bibliote¬ca di Benevento, fu segretario del
cardinale borgognone Filiberto Ugu¬netti e riuscì ad
avere il canonicato di Liegi. Nel 1482 era a Roma, con l’in¬carico
di abbreviatore delle lettere apostoliche, ospite nel palazzo papa¬le
e assiduo frequentatore della pre¬stigiosa Accademia Romana,
fondata da Pomponio Leto, di cui fu amico. Qui papa Alessandro VI
lo nominò segretario del cardinale Giovanni Borgia e legato
pontificio di Perugia e dell’Umbria. Il servizio per Cesare
Borgia, che sarebbe durato per tutta la sua vita, cominciò
con il compito di organizzare lo splendido corteo che doveva accompagnarlo
in Fran¬cia, per il matrimonio con la princi¬pessa Carlotta
di Albret, erede di Na¬varra.
Il viaggio costituì uno degli episodi più interessanti
della movimentata esi¬stenza di Agapito. Cesare Borgia si imbarcò
ad Ostia nei primi giorni di ottobre del 1498, a Marsiglia fu accol¬to
da Antonio di Bessey, balivo di Digione, in veste di rappresentante
del re di Francia. Con il seguito dei dignitari fu ospite ad Avignone
per dodici giorni del cardinale della Rov¬ere, quindi proseguì
per Lione, do¬ve, il 28 novembre, nel palazzo ve¬scovile
prese possesso del feudo e nominò suo procuratore il frate
An¬tonio Saint Martin dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme,
commendatore di Tortosa. A Chinon, finalmente, il 18 dicembre, fu
ri¬cevuto dal re. Agapito, al seguito del duca, condivise con
don Remiro il compito dell’amministrazione della Contea di
Dyois e del Ducato di Va¬lentinois, di cui Cesare Borgia fu
in¬vestito e da cui gli deriva il sopran¬nome di ‘Valentino”.
Fu Agapito che cercò di definire, con i consiglieri del re
di Francia, gli aiuti in uomini, armi e denari per la guerra in
Roma¬gna, nell’ottobre del 1500. Di questi fatti Agapito
non fu solo testimone, ma protagonista. Era¬no tempi di cupe
lotte, in un equili¬brio che aveva in Roma, Firenze e Ve¬nezia
i suoi cardini. Le ostilità comin¬ciarono il 24 novembre
del 1500 nelle terre di Romagna e nelle Marche, e ter¬minarono
nel 1503, con la vittoria di Cesare Borgia. Tuttavia il 18 agosto
1503 morì Alessandro VI ed il potere del Valentino, privato
dell’appoggio del papa, cominciò a vacillare. Nuova¬mente
le arti diplomatiche di Agapito risultarono uti1issime: egli seppe
consigliare e sostenere il duca, lo difese dagli intrighi e lo Stesso
Machiavelli, che descrisse le angosce e lo smarrimento de duca,
lodò il coraggio e l’abilità del suo segretario.
Riuscì a conservare al duca il ruolo di gonfalo¬niere
e capitano generale della Chiesa, fu firmata anche la convenzione
per la quale il duca manteneva la sua dignità e si rendeva
responsabile della pubbli¬ca sicurezza, fino alla elezione del
nuovo papa. Tuttavia Pio III, che, ap¬pena eletto, confermò
i privilegi di Cesare, morì dopo ventisei giorni di pontificato;
a lui successe Giulio II antico avversario dei Borgia, e questo
complicò definitivamente il destino del duca Valentino. Il
principato di Romagna si sgretolò, Faenza e Forlì
si ribellarono. Il duca cercò di raggiun¬gere quelle
terre, ma non ebbe il salva-condotto dai fiorentini: allora si im¬barcò
ad Ostia, lasciando ad Agapito l’onere di compilare il trattato
con la Repubblica dì Firenze e il vescovo di Veroli. L’importante
documento, for¬se l’ultimo, redatto dal nostro diplo¬matico,
riportato dall’ambasciatore veneto nel suo carteggio, è
firmato cassum per me Agapitum. Il tentativo fallì; il duca
venne arrestato e con¬dotto a Roma, poi, dopo una breve parentesi
di libertà, fu nuovamente arrestato e costretto a trasferirsi
in Spagna, dove morì combattendo, presso Viana, il 22 aprile
1507. Nel frattempo Agapito si era ritirato a vi¬ta privata,
tra la casa in Borgo San Pietro, in Roma, e il palazzo di fami¬glia,
in Amelia.
Furono suoi amici uomini illustri del suo tempo, il pittore amerino
Pier Matteo Manfredi, il nobile Clemente Clementini, autore di un
trattato sulle “febbri” e archia¬tra del papa Leone
X, Pomponio Le¬to, unito a lui per la frequenza all’Ac¬cademia
Pomponiana. Ebbe anche rapporti di amicizia con Leonardo da Vinci.
(fonte: ).
Antonio Geraldini, Antonio nacque
ad Amelia nel 1450, studiò con Grifone, il noto professo¬re
amerino, poi nell’Università di Pe¬rugia e di Firenze.
Fu un grande uma¬nista e poeta, la sua produzione let¬teraria
è quantificata in ventiquattromila versi, novantotto orazioni,
due¬centotrenta epistole familiari. Una serie di suoi poemi
panegirici sono conservati nell’Archivio del Capitolo della
Cattedrale di Girona, in Spa¬gna. Fu definito “cronista
di sua si¬gnoria”, autore anche di un elogio dei re aragonesi,
il poema Elysendis, di un Epitaphium Petri Epilae celeberrimi theologi
dedicato a san Pietro martire d’Arbués. Nel 1469 era,
con lo zio Angelo, in Spagna. Ebbe la nomina di ambasciatore presso
il re di Bo¬snia, poi di segretario e consigliere dello stesso
re Giovanni d’Aragona. Fu ambasciatore presso le corti di
Bretagna, d’Inghilterra, di Borgogna, nunzio apostolico in
Spagna, alla corte del re Ferdinando ed Isabella d’Aragona,
Sant’Angelo in Brolo, in Sicilia. E segretario e consigliere
del re. In occasione della sua nunzia¬tura venne coniata una
moneta di bronzo nella quale si leggeva Anto¬nius Geraldinus
pontificius logotheta an¬nalium vates. Piero Martire d’Anghie¬ra,
in una lettera dell’agosto 1488, si rivolge a lui come precettore
dell’In¬fante Isabel. Alla dignità di legato pontificio
aggiunse quella di proto¬notario apostolico e com mendatore
della badia di Sant’Angelo in Brolo, in Sicilia. E’
ad Antonio che, su consi¬glio dello zio Angelo, si deve la bio¬grafia
dal titolo De vita rev.in Chr.p.Angeli Geraldini episcopi suessani
et de totius familiae geraldinae amplitudine, in cui sono contenute
preziose annota¬zioni sui fratelli e sulla famiglia. Ma il vero
titolo di merito di Antonio passa ben oltre i confini della famiglia
e del¬la stessa Europa, per incrociare un av¬venimento storico
di portata straordi¬naria: è ad Antonio infatti che in
Spagna, nel 1486, Cristoforo Colombo si presenta per chiedere i
mezzi necessa¬ri alla “folle” impresa che aveva
in mente. Il tramite è probabile si debba ai frati del convento
francescano de La Rabida di Palos, presso cui risiedeva anche un
francescano tudertino - Ber¬nardino Montecastri - e, soprattutto,
un astronomo vicino alle teorie di Co¬lombo, il francescano
Antonio Perez de Marchena. Nonostante le perplessità, legate
a questioni di carattere teologi¬co, Antonio Geraldini intuì
gli svilup¬pi di quel progetto e ne sostenne l’op¬portunità,
adoperandosi perché il ge¬novese fosse ricevuto dai sovrani.
Purtroppo non poté conoscere gli ef¬fetti della sua felice
intuizione, poiché morì nel 1489 a Marcena, in Andalu¬sia.
(fonte:)
Alessandro Geraldini, (primo vescovo delle Americhe)
fra¬tello minore di Antonio, gli subentrò nel ruolo di
sostenitore dell’impre¬sa colombiana. Anch’egli
allievo di Grifone ad Amelia, aveva raggiunto Antonio in Spagna,
prima come mili¬tare, poi come diplomatico. Si era de¬dicato
all’educazione di ben quattro regine, figlie e nipoti dei
re cattolici, aveva iniziato la carriera ecclesiastica come protonotario
apostolico e ve¬scovo di Vulturara e Montecorvino, diocesi suffraganea
di Benevento. Ri¬mase a corte in veste di cappellano maggiore
del re e gran coppiere della regina, dimostrando eccezionali qua¬lità
diplomatiche. Per le complesse missioni legate al suo ruolo, visitò
la Dacia, l’Ungheria, la Russia e l’Inghil¬terra.
I frequenti viaggi, le conoscen¬ze, il coinvolgimento nella
storia dei tempo, fecero di Alessandro un uo¬mo politico moderno,
un uomo di grande spirito, consapevole dei muta¬menti di un
periodo storico partico¬larmente interessante. Per la sua posi¬zione
di fiducia e di influenza nella corte spagnola, per il patrocinio
degli Asburgo, per la partecipazione al Concilio Laterano V, per
il ruolo di cappellano di Caterina, regina d’in¬ghilterra,
Alessandro era dotato della sufficiente autorità per affrontare
uno dei nodi dell’impresa di Colombo, il problema del rapporto
tra scienza e fede: di fronte al Gran Consiglio della "Junta
di Santa Fè” egli pronunciò una convincente
mediazione, che offrì la giustificazione per il via libera
a Co¬lombo. Successivamente, Margherita d’Au¬stria,
reggente dei Paesi Bassi, che, anni prima, era intervenuta presso
il nipote Carlo per assicurargli un vescovato lo nominò suo
ambasciatore a Roma presso la Corte di Leone X, mentre l’imperatore
Massimiliano lo nominò ambascia¬tore a Roma, a Firenze,
a Napoli.
Papa Leone X, a sua volta, gli affi¬dò una missione diplomatica
presso l’imperatore Massimiliano e presso i principi cristiani
d’Europa per solle¬citare una loro azione di fronte ai
pe¬ricoli della minaccia turca.
Alessandro, per questa missione, ripercorse l’Europa fino
alla Russia, dove incontrò Ivan III il Grande, fondatore
della nazione russa. La missione venne ricordata da Ales¬sandro
nell’Oratio Alexandri Geraldini Episcopi Coram Rege Russiae,
quando ri¬chiamò l’attenzione sulle vicende dello
scisma tra la Chiesa di Oriente e quella di Occidente, esortando
il re di Russia ad unirsi alla Chiesa Catto¬lica per frenare
l’avanzata dei Turchi guidati dal sultano Selim I
Ma gli incarichi e le missioni ave¬vano forse stancato o deluso
Ales¬sandro, che medita di cambiare la sua vita: così,
con una lettera scritta da Colonia il 30 giugno 1516, chiede al
papa Leone X di essere inviato nella sede episcopale di Santo Domingo.
Nella lettera, presentata al nuovo re Carlo V allora sedicenne,
leggiamo: “Permetti di trascorrere la mia vita fra gente di
un mondo sconosciuto e sotto un cielo diverso dal nostro. Spero
di addolcire, con la religione, quelle popolazioni fìere
e selvagge, con l’insegnamento e la predicazio¬ne pacificare
i cuori di uomini che vivono come animali". Nella lettera è
evidente il deside¬rio di lasciare il vecchio mondo, nella consapevolezza
che il suo ruolo nel complesso gioco delle diplomazie europee era
finito. Alessandro, prima di partire per il Nuovo Mondo, tornò
in Inghilterra per un’ultima missione. La visita è
documentata da uno scritto dell’am¬basciatore veneziano
in terra inglese, Sebastiano Giustinian, in cui si pairla di un
vescovo che sarebbe andato presso gli Indios, e che aveva raggiunto
l’Inghilterra per esortare Enri¬co VIII ad unirsi alla
crociata contro i Turchi. Lo stesso cardinale Wosley non manifestò
meraviglia per la delicata missione del Geraldini, che rimase in
Inghilterra per alcuni mesi, visitando anche la Scozia, dove una
minoranza turbolenta avrebbe fatto di Giacomo V un improbabile crociato.
Geraldi¬ni, raccomandato da una lettera di Leone X ad Enrico
VIII, in cui si ri¬cordava la cultura, l’impegno, la de¬dizione
e l’elevato ruolo nella Chiesa, si aspettava forse un riconoscimento
dalla Corte inglese. Il papa si espresse benevol¬mente su Alessandro
e lo preconizzò vescovo della Diocesi di Santo Do¬mingo,
in insula Hizpanica, una Dio¬cesi istituita neI 1511.
Dall’Inghilterra Alessandro scris¬se al clero di Santo
Domingo, per confermare il suo impegno e per an¬nunciare il
suo arrivo. Nella Bibliote¬ca del Palazzo Lambeth, fra le carte
del fondo Carew, sono conservati due manoscritti di Alessandro:
una lettera al cardinale Wolsey e una ri¬chiesta ad Enrico VIII,
in cui emergo¬no anche fatti personali e familiari. Alessandro,
lontano dalla sua patria di cui sente una struggente nostalgia,
ha perduto i suoi beni che ha conse¬gnato ai parenti, non ha
nessuno a cui rivolgersi se non al marito di Ca¬terina, che
è stata sua allieva, ma che non gli aveva perdonato il suo
com¬portamento e il suo giudizio nei ri¬guardi di frate
Diego. Alessandro dunque patisce ancora per l’incom¬prensione
della regina, ma soprattut¬to per i pesanti debiti contratti
per affrontare i numerosi viaggi, e le sue numerose lettere rivelano
quanto fosse turbato dai contrasti con Cate¬rina e dalla paura
della povertà.
L’originalità e la modernità di Alessandro risaltano
nel suo interes¬santissimo Itinerarium ad regiones sub aequinoctiali
plaga constitutas, pubblicato nel 1631 dal pronipote Onofrio Catenacci
Geraldini, che costituisce la cronaca dello straordina¬rio viaggio
verso il Nuovo Mondo compiuto da Alessandro. Scritto con una sensibilità
in cui l’interesse del geografo si unisce a quello dell’an¬tropologo,
in una riuscita commi¬stione di osservazioni scientifiche e
curiosità di costume, rappresenta in¬tegralmente la visione
rinascimentale del suo autore.
(fonte:)
Giovanni Venturelli, vescovo prima
di Amelia poi di Cesena, Governatore di tutta la Romagna aveva una
grande preparazione giuridica e una grande abilità negli
affarini stato.
Bartolomeo II Farrattini, Elemosiniere di Giulio II, Reggente della
Cancelleria Apostolica, Vicelegato dell’Umbria e della Romagna,
vescovo di Chiusi e Maggiordomo di Clemente VII. Canonico di S.Pietro
e Prefetto della Fabbrica, nel momento in cui viene assegnato al
Sangallo l’incarico di portare a compimento il lavoro iniziato
dal Bramante. Contatto che diviene più di una semplice conoscenza
se spinse l’architetto ad accettare l’incarico di costruzione
del Palazzo ad Amelia. L’opera è citata dal Vasari
nelle sue Vite degli artisti. La stessa pianta autografa del palazzo
di Amelia si trova oggi agli Uffizi. Morì nell’anno
1574.
Bartolomeo III Farrattini. Canonico
di San Pietro e Prefetto della Fabbrica. Oltre alle numerose proprietà
ad Amelia, Bartolomeo III farà costruire a Roma il palazzo
Farrattini, ora di Propaganda Fide, in piazza di Spagna, che ancora
oggi da il nome alla strada che vi conduce dal Corso: via Frattina.
Nominato cardinale morì nel 1606.
Fabrizio Mandosi, versato nelle lettere, referendario dell’una
e dell’altra Segnatura e Vicereggente di Roma; scrisse un
trattato sulla giustizia distributiva.
Flavio Boccarini, da canonico della Cattedrale di Amelia divenne
segretario di Gregorio XIII.
Stefano II Cansacchi, Governatore di Ostia ed architetto militare
di buona fama (1484- 1558).
Pellegrino Carleni, entrato di giovane nella corte del Duca di
Gheldria giunse ad essere abate mitrato di S. Maria in Münster
e penitenziario della Duchessa di Gheldria al trattato di Westfalia
nel 1646.
Fantino Petrignani, arcivescovo di Cosenza, Maggiordomo di Gregorio
XIII, Vicelegato di Bologna e Nunzio di Napoli fece costruire il
bel palazzo in Amelia prospiciente piazza Marconi (vedi Palazzo
Petrignani)
Pace Cerichelli, giureconsulto chiarissimo del suo tempo, nel 1478
fu dall’imperatore Federico III creato Conte Palatino con
facoltà di inquadrare al proprio stemma l’aquila reale;
Grifone di Amelia: umanista (sec.
XV) Di umili origini evidenziò da subito una fortissimo amore
per lo studio, iniziò la sua formazione ad Amelia per poi
completarla a Roma dove conseguì un elevato grado di cultura
e acquistò fama. La passione per la sua città e gli
inviti insistenti degli amici lo inducono a ritornare ad Amelia
dove attuò una forma di insegnamento attento “alle
più recenti impostazioni metodologiche, inspirato in definitiva
alle idee di Quintiliano, fuse però con le più recenti
idee pedagogiste cristiane”1. Egli insegnò non a scopo
di lucro, accogliendo anche gli studenti poveri, in una scuola di
tipo “collegiale” che attirava schiere di studenti da
tutta Italia. Grazie a lui Amelia non rimase isolata dal più
vasto panorama della cultura italiana (1)
(1 cfr Mauro Donnini: “Alla scuola di Grifone di Amelia”
in Alessandro Geraldini e il suo tempo s cura di Enrico Menestò)
Alarico Silvestri: Nato ad Amelia
il 7 ottobre 1874 da Pacifico (originario di Bevagna) e da Ludovica
Colonna, cresciuto all'interno di una famiglia numerosa e ben inserita
nel tessuto sociale della sua città, descritto come un ragazzo
mite e serio, Alarico faceva parte del "Concerto cittadino",
della "Società filodrammatica" e di quella del
"Tiro a segno", in cui era particolarmente abile. Molto
portato per le discipline scientifiche, dopo aver conseguito nel
1891 la licenza della scuola tecnica, il Silvestri si trasferì
a Roma, presso l'amatissima sorella Fosca (sposata con Eraclio Cherubini),per
continuare gli studi: superata la prova di licenza della sezione
fisico-matematica, si iscrisse alla Facoltà di matematica
nel 1894. Assieme allo studio, l'impegno politico: socialista convinto
ed appassionato, seguiva le lezioni di Antonio Labriola sul materialismo
storico. Alla notizia della nuova insurrezione cretese, era entrato
subito a far parte del comitato centrale Pro Candia, presieduto
da Menotti Garibaldi, diventandone rapidamente uno dei membri più
attivi ed impegnati. Partito volontario nella guerra di liberazione
greca nel marzo 1897, morì eroicamente nel maggio dello stesso
anno.
Augusto Vera
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