Palazzo Venturelli
 Foto a cura di Andrea Boccalini |
La famiglia Venturelli è conosciuta ad Amelia fin dal 1300
il capostipite Petrucciolo compare eletto nel Consiglio degli Anziani;
ricordiamo inoltre Giovanni governatore di Bologna sotto Pio II
poi vescovo e governatore di Cesena e quindi di tutta la Romagna
sotto Sisto IV, il nipote Filippo, vescovo di Amelia e oratore comunale
presso papa Eugenio IV al concilio di Firenze (1426).
Il Palazzo rientra nella tipologia di costruzione che, a cominciare
dal luogo prescelto all’interno delle mura, testimonia le
stratificazioni di una città in cui è evidente il
riuso dell’antico. Come per la maggior parte dei palazzi nobiliari
della città l’edificio venne costruito su preesistenze
romane utilizzando le strutture e gli ambienti come base di appoggio.
Il Palazzo inoltre si trova presso la Porta del Sole (tutt’ora
ben visibile), antico accesso della città verso est, da cui
una strada basolata si ricongiungeva in direzione ortogonale con
il cardo, proseguimento urbano, della via Amerina.
L’ingresso è sul lato ovest in via Pomponia, mentre
sul lato est, in via Civitavecchia, più basso di un piano,
vi sono le entrate delle cantine che utilizzano gli ambienti della
domus romana e nelle quali si trovano interessantissimi mosaici
costituiti da tessere bianche e nere che formano disegni geometrici
e motivi floreali stilizzati.
Al piano nobile si accede per mezzo di tre rampe si scale; il salone,
a pianta rettangolare, si trova al di sopra dell’ingresso
principale con due porte di accesso e tre finestre sui lati lunghi
e una porta di disimpegno su ciascuno dei lati brevi. Il pavimento,
originale, riporta lo stemma di famiglia. Notevole, la decorazione
pittorica a fregio continuo che, nella sequenza dei quadri in finta
cornice scanditi da telamoni, espone la narrazione di fatti o la
rappresentazione fantastica di simboli e allegorie e nella quale
è rappresentata anche la città di Amelia e i suoi
paesaggi. Il Palazzo oggi di proprietà della famiglia Antonimi.
Per informazioni e visite:
Palazzo Petrignani
Sito nella suggestiva Piazza Marconi, che fu un tempo centro di aggregazione della città, è un notevole esempio di edificio nobiliare costruito nel 1500 in stile rinascimentale.
L’edificio, rimasto incompleto, fu fatto costruire da Fantino Petrigani il quale conquistò posizione nella Curia Papale sotto la protezione di Papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, il pontefice dell’XI Giubileo del 1575 famoso anche perchè nel 1582 promosse la riforma del calendario Gregoriano.
Fantino fu arcivescovo di Cosenza, Maggiordomo di Gregorio XIII, vicelegato di Bologna e nunzio di Napoli nonché uno dei protettori del giovane Caravaggio. (si presume sia stato ospite a Palazzo Petrigani)
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Le vicende del palazzo sono strettamente legate a
quelle dei membri della famiglia Petrignani, specialmente a Fantino
e Bartolomeo. La costruzione fu iniziata nel 1571 per volontà
di Bartolomeo, ma il finanziatore era Fantino. Alla sua morte, nel
1601, i lavori vennero interrotti.
Nel 1603 gli eredi trovarono il palazzo non terminato e in condizioni
precarie, decisero di disfarsi dell’immobile vendendolo al
Monte di Pietà. Successivamente il palazzo cambiò
diversi proprietari che non modificarono le preesistenti divisioni.
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FACCIATA
Il palazzo si caratterizza all’esterno, nella parte che si affaccia
sull’antica Platea major, per l’imponente facciata costruita in
muratura in laterizi a cortina e articolata su quattro livelli orizzontali
suddivisi in cinque sale verticali di finestre di varia grandezza.
Sull’asse centrale il grande portone. Quest’ultimo costituisce un
ingresso incompiuto in quanto lo scalone principale per accedere
ai piani superiori non fu mai costruito. Il portone ha un imbotto
lavorato in travertino, dove era collocato lo stemma di Bartolomeo
Petrignani, rimosso nei primi del 1900. Gli angoli del palazzo sono
evidenziati da bugnato in travertino, che parte da terra e giunge
sino al sottotetto. Al piano terreno oggi compaiono 4 aperture di
accesso, oltre al portone principale. Questo era in origine un piano
adibito ai servizi dove erano collocate le cucine e gli ambienti
di lavoro del palazzo.
INTERNO
I caratteri stilistici degli affreschi delle sale denotano la successione
delle decorazioni di diverse maestranze e sono stati attribuiti
principalmente alla scuola degli Zuccari (Taddeo e Federico) per
la somiglianza del ciclo amerino con quello più importante
e famoso di Palazzo Caprarola, eseguito dai due fratelli. Attribuzioni
anche a Livio Agresti e al suo allievo Littardo Piccioli, oltre
naturalmente ai pittori fiamminghi, sicuramente autori delle grottesche
che fanno da protagoniste nella decorazione delle sale del palazzo.
Anticamera:
La scena dipinta nella volta di questa stanza, di ridotte dimensioni,
presenta 2 figure, una maschile e l’altra femminile poste
di fronte, unite da una catena alle caviglie e da un bracciale ai
polsi.
Entrambe sorreggono con una mano un anello che innalzano verso la
colomba dello Spirito Santo, con l’altro un ramoscello, attributo
tipico dei martiri.
La tradizione li identifica come S. Fermina e S. Olimpiade, protettori
di Amelia e martiri al tempo di Diocliziano.
Sala 1.
La volta del soffitto di questa sala è interamente decorata
a grottesche. Al centro la “creazione di Eva”: Adamo
dormiente sotto degli alberi, Eva a mani giunte si inginocchia davanti
al Creatore benedicente. Questa stessa scena è da considerarsi
una copia di quella a palazzo Farnese a Caprarola degli Zuccari.
Al centro di ogni vela sono affrescati dei paesaggi animati da figure
di dame e cavalieri.
Sala 2.
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E’ la sala più importante: racchiusa
da una cornice di stucco e circondato da un festone di fiori e frutta,
c’è dipinto al centro della volta l’incontro
tra Attila e il Leone.
L’opera è la copia di quella di Raffaello nella stanza
di Eliodoro in Vaticano.
L’affresco ricorda il celebre episodio avvenuto nel 452 d.C.
sulle rive del fiume Mincio quando Papa Leone I fermò gli
Unni.
Sui lati brevi, entro finte cornici in stucco, troviamo la rappresentazione
allegorica di “Amore e Odio”, e del “Lavoro e
Ozio”.
Nei quattro ovali figure di donne sono le allegorie dell’acqua,
del fuoco, dell’aria e della terra.
La sala è detta dello Zodiaco in quanto nelle 13 lunette
sono rappresentate i 12 mesi dell’anno: 12 sono scene di vita
campestre.
Fonte di ispirazione sicuramente il cambiamento apportato da papa
Gregorio XIII con la riforma del calendario.
Il ciclo inizia con il carro di Apollo che nell’antichità
classica era conosciuto come Elio, divinità solare: il Sole,
con il suo carro, regola le stagioni, i mesi e i giorni.
Il carro è orientato verso est ad indicare il percorso quotidiano.
Elio viene rappresentato come un uomo affascinante con i riccioli
dorati con il cocchio trainato da cavalli e preceduto da 4 figure
femminili, in riferimento alla dee cosmiche: la luna, la vegetazione,
l’acqua e la terra.
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Elio quindi come un Dio fecondatore della grande madre, padre della
natura. Le altre scene sono 12 di vita campestre, hanno in comune
l’impostazione della scena in cui predomina una figura maschile
di grandi dimensioni e in alto al centro il segno zodiacale corrispondente
al mese in cui si svolge la scena agricola. Agli angoli della volta
4 stemmi papali sorretti da angeli e sotto in corrispondenza di ognuno
di essi 4 carte tipografiche delle 4 città native dei papi
protettori: Roma di Clemente VIII, (Aldobrandini), Milano di Gregorio
XIV (Sfondrati), Bologna di Gregorio XIII (Boncompagni) e Firenze
di Leone X (De Medici)
Sala 3.
La sala è chiamata dello specchio per la presenza di uno
specchio del 1700.
Al centro delle grottesche che ornano la volta è raffigurata
la Battaglia di ponte Milvio, copia di un affresco di Raffaello;
sopra la porta di collegamento con la seconda sala si trovano 2
carte tipografiche: Vienna e Costantinopoli, capitali di due imperi,
mussulmano e cristiano in lotta fra loro. Bisogna infatti ricordare
l’incarico che Fantino Petriganni aveva ricevuto prima di
morire, era stato nominato Commissario delle Milizie pontificie
che il papa Clemente VIII aveva fatto allestire per mandarle in
soccorso all’imperatore Rodolfo II di Austria, minacciato
dall’esercito turco.
Agli angoli stemmi della famiglia asburgica.
Sala 4.
Al centro della volta l’incontro di 2 personaggi, uno forse
Ulisse Orsini e sullo sfondo la veduta di Amelia
Sala 5.
Al centro della volta scena di battaglia
Sala 6.
Al centro della volta l’insediamento dei padri somaschi ad
Amelia il cui collegio fu voluto e finanziato dalla famiglia Petrignani.
Sala 7.
Al centro la scena di un accampamento schierato quasi in procinto
di sferrare un attacco.
Potrebbe essere la rappresentazione dell’ultimo incarico di
Fantino. L’allestimento delle truppe pontificie in soccorso
all’imperatore Rodolfo II d’Austria
Informazioni e visite:
c/o Comune di Amelia Ufficio Turismo
Telefono: Comune 0744976220
e mail:
Palazzo Nacci A fianco di Palazzo
Petrignani si eleva, superbo, palazzo Nacci.
L’edificio mostra le diverse fasi costruttive, infatti fu
iniziato nel XIV secolo, accorpando tre edifici e fu ultimato nel
secolo successivo. La facciata è divisa da due linee marcapiano,
una con motivi di ovuli di origine romana, l’altra dentellata.
Sono visibili nei piani superiori tracce di finestre di tipo guelfo
con, sull’architrave in bassorilievo, lo stemma della famiglia
Nacci.
Da menzionare l’ingresso, sul lato di Via Pellegrino
Carleni, con il bellissimo portale in travertino con decorazione
in bassorilievo e il cortile del Palazzo con elegante scalinata
ed una loggia ornata da colonne corinzie.
Il palazzo è di proprietà privata.
Palazzo Farrattini
Notabili di Amelia già alla fine del 1300, i Farrattini
giungono, nel XVI sec., a portare a Roma tre esponenti della famiglia
che arriveranno a posizioni di rilievo nella Chiesa e Curia romana.
Parliamo dei tre vescovi Bartolomeo II, Baldo I e Bartolomeo III
che diverrà poi Cardinale nei primissimi del XVII secolo.
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Canonici della Basilica Vaticana e reggenti di cancelleria, hanno rivestito
ruoli primari nella Curia servendo ben 10 Pontefici. Vescovi di
Amelia dal 1558 al 1571, hanno avuto un membro della famiglia all'interno
del consiglio dei dieci e degli imbussolatori (istituzioni preposte
al governo della città) ininterrottamente dal 1514 al 1809. Eretto
tra il 1520 e il 1525 per volere di Bartolomeo Farrattini su disegno
di Antonio da Sangallo il Giovane, il palazzo presenta una facciata
austera e geometrica con il portale ornato da un bugnato di contorno.
Sul marcapiano vi è scolpito "UT MEMINERINT POSTERI BARTHOLOMEUM
FARRATINUM ALIQUANDO FUISSE EX LABORUM ET VIGILIARUM SUARUM RELIQUIIS
IPSE ET SUIS CASAM POSUIT" , ossia "affinchè i posteri si ricordino
di Bartolomeo Farrattini che, coi sopravanzi delle sue fatiche e
delle sue veglie, procurò a se ed ai suoi quest'abitazione". Interessanti
sono gli interni ed i pavimenti a mosaico romani, situati nelle
cantine del palazzo. La straordinaria scala a gradoni conduce al
piano nobile, dove si possono ammirare due cassettonati lignei in
castagno di incredibile sobrietà e possanza.
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Il Salone del Sangallo con un fregio pittorico a cornice, viene
ultimato per le nozze con Plantilla Pojani che porterà in dote il
feudo di Piediluco ed il nome che da allora affianca quello dei
Conti Farrattini per dispensa papale. Bellissimo il grande camino
attribuito allo stesso Sangallo per la parte inferiore e allo Scalzi
nella parte superiore (l'autore dei monumenti funebri della
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Cappella Farrattini in Duomo). Il piano nobile si compone di altre sei sale
tra cui quella detta degli Imperatori, rivestita da grottesche neoclassiche
su stoffa; quella del Cardinale rivestita da un antico tessuto di
damasco rosso, con un raro lampadario del XVII secolo e la sala
dedicata a Caterina De' Medici a ricordo del ruolo avuto da Bartolomeo
II nelle nozze tra la nipote di Papa Clemente VII e Enrico II, futuro
re di Francia. Molte sono le analogie che, seppure in tono minore,
intercorrono tra Palazzo Farrattini ad Amelia e Palazzo Farnese
a Roma, entrambi costruiti su progetto di Antonio da Sangallo il
Giovane. In questo periodo (prima metà del XVI secolo) vengono realizzate
numeroseopere di architettura civile commissionate dai signori
del luogo. Il progetto del palazzo risale al 1517, e Antonio da
Sangallo ne diresse personalmente la costruzione, nonostante fosse
impegnato oltre che nei lavori per la Basilica Vaticana anche in
quelli di Palazzo Farnese a Caprarola dimostrandosi così capace
di alternarsi con uguale genialità tra generi diversi.
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Per informazioni e visite:
Palazzo Comunale
Il Palazzo Comunale già abitazione di Anchise
Cansacchi, è preceduto da un cortile nel quale c’è
una raccolta di reperti archeologici. Nella Sala Consiliare si osservano
interessanti affreschi cinquecenteschi, recentemente restaurati
tra cui il Banchetto di Amore e Psiche, il Giudizio di Paride, il
Supplizio di Tantalo. E’ inoltre abbellita da un fregio con
soggetti mitologici come le Fatiche di Ercole e il Carro di Diana.
La visita è possibile tutti i giorni feriali
dalle ore 9.00 alle ore 12.00, il martedì e il giovedì
dalle ore 15.00 alle ore 17.00.
c/o Comune di Amelia Ufficio Turismo
Telefono: Comune 0744976220
e mail:
Palazzo Battista Geraldini (sec. XV)
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Il Palazzo si trova nella parte alta della città,
poco al di sotto della Cattedrale, dove domina una splendida vista
sul borgo antico. L'edificio venne costruito su preesistenze romane,
tutt'ora ben visibili sul lato est, utilizzando le strutture e gli
ambienti come base di appoggio. E' intitolato ad uno dei membri
dell'importante famiglia Geraldini, Battista. Quest'ultimo nacque
in Amelia nel 1434, studiò Diritto all'Università di Perugia (della
quale lo zio Angelo era Rettore): i buoni rapporti dello zio Angelo
con la Curia Romana, le Corti di Napoli e Milano, determinarono
le fasi essenziali della sua carriera. Fu Podestà di Montefalco,
Orvieto, Ascoli Piceno, Fermo, Lanciano, Rieti; infine Podestà di
Milano, dal 1464 al 1468. Gian Galeazzo Sforza lo inviò poi come
Governatore in Corsica nel 1469, dove fu costretto a sedare continue
rivolte dei Corsi che non volevano sottostare ad un governatore
milanese e agli Sforza: e qui la sua carriera subì una vera e propria
catastrofe. Tornato ad Amelia in pessime condizioni economiche,
dopo aver subito il carcere e spogliato di tutti i suoi beni, fu
poi Podestà di Ancona, e dal 1475 al 1480 Podestà di Firenze. Morì
ad Amelia intorno al 1487. L'interno del Palazzo presenta cinque
sale affrescate di notevole interessi (fine ´500) attribuite a Taddeo
e Federico Zuccari e alla loro scuola, una in particolare rivela
la mano di pittore fiammingo nello specifico:
Salone Principale
Salone dei quattro continenti e delle immagini erotiche
Salone dei quattro elementi
Salone delle quattro stagioni
Salone delle virtù e della
mitologia
Il Palazzo è ancora oggi di proprietà
della famiglia Geraldini. Le visite sono possibili solo nel corso
di manifestazioni che verranno pubblicizzate di volta in volta.
Palazzo G. Cansacchi
 Corte interna con pozzo |
L’immobile è ubicato in Via dell’Ospedale,
con accesso principale al n. 14 - - affiancato all’Ospedale
di S. Maria dei Laici, viene comunemente denominato “Palazzo
Cansacchi” essendo stato per secoli, ininterrottamente, di
proprietà del ramo primogenio dei Conti Cansacchi, nobili
di Amelia, con vincolo fedecommissorio, durato fino alla fine del
secolo XVIII°, a favore dei successivi maschi primogeniti.
Il Palazzo sorge sul perimetro esterno del centro storico dell’abitato
amerino, nel suo lato nord e fa corpo con le mura dominando dall’alto
il così detto ‘fosso’ con una pregevole vista
sulla sottostante valle e sui boschi e la fitta vegetazione che
circondano la Frazione di Macchie (Castrum Machiae). Fu costruito
su di un basamento di mura romane od alto medioevali, le cui caratteristiche
sono tuttora visibili in alcuni tratti.
Dai documenti conservati negli archivi di Amelia, notarile e comunale,
risalenti ai secoli XIII° e XIV°, risulta che nella stessa
località, anticamente detta “Contrada della Valle”
ed oggi “Contrada Platea” si ergevano nel medioevo le
case-forti con torri dei vari rami dei Cansacchi, addossate alle
mura per maggior difesa. Ancora oggi nel muro perimetrale esterno
verso il ‘fosso’, si possono scorgere tracce di finestre
a bifora, successivamente riempite.
 Sala Federico Zuccari |
 Corte interna con pozzo e loggiato |
 Corte interna pozzo dall'alto |
 Loggiato |
La casa, nel suo aspetto attuale, presenta le caratteristiche
degli edifici signorili del XV° - XVI° secolo e cioè
dell’epoca rinascimentale. Ha una torre quadrata, probabilmente
un tempo più elevata, le finestre rettangolari con il fascione
in travertino, il portone principale di accesso e quelli secondari
pure contornati di travertino. Dal portone principale si entra in
un cortiletto quattrocentesco con loggia a colonne, pozzo ottagonale,
porte e finestre con fasce in travertino, dal quale si accede alle
scale pure in travertino, una adducente ai piani superiori l’altra
ridiscendente al giardino. Il cortile è rivestito di una
ricca collezione di frammenti di lapidi, di capitelli e di stemmi.
Il cortiletto risale, nella sua situazione attuale, ai rimaneggiamenti
operati da Placenzio Cansacchi, Conte Palatino e Podestà
di Foligno e di Spoleto (1434 – 1486) e da suo fratello ed
erede Cristoforo (1445 – 1505); i due stemmi di questi personaggi
con lo scudo a forma di testa di cavallo, sono ancora oggi murati
nel cortile, con i loro nomi. Una lapide ricorda la figura di Placenzio
Cansacchi, nato nello stesso palazzo.
 Vista dal giardino di Palzzo G.Cansacchi con in lontananza il Paese di Macchie
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All’interno dell’edificio, che è composto da
un piano terreno e un piano sotto il livello stradale a sud ed aperto
verso la valle al nord, oltre ai due piani superiori e la torre,
vi sono numerose stanze, in gran parte con i cassettoni in legno
dipinto, il pavimento a mattoni rossi intrecciati e le porte con
sopra porte lavorati e fascioni di travertino.
Il grande salone centrale con l’alto soffitto a cupola (chiave
di volta di 9,5 mt.), una delle sale di ingresso ed un’altra
saletta presentano un’ampia fascia di pregevoli dipinti, attribuiti
a Federico Zuccari ed a Nicolò Circignani, detto dalle Pomarancio.
Questi affreschi, in buono stato di conservazione, sono da tempo
vincolati – come tutta la costruzione - dalla Soprintendenza
ai monumenti di Perugia per la loro importanza e pregio artistico
e storico.
 Palazzo G.Cansacchi - vista dalla scala |
L’interno della casa fu rimaneggiato in passato dal figlio,
dal nipote e dal pronipote del predetto Cristoforo e cioè
da Stefano II° Cansacchi, Governatore di Ostia ed architetto
militare di buona fama (1484 – 1558), da suo figlio Prospero,
cavaliere nell’Ordine del Giglio (1519 – 1594) e dal
figlio di lui, Stefano III°, capitano del Granduca di Toscana
(1550 – 1615).
Nella sala di ingresso, tra i dipinti attribuiti a Federico Zuccari,
accanto a scene mitologiche, figurano i medaglioni con i ritratti
dei Papi Clemente VII°, Paolo III°, Pio V°, dell’Imperatore
Carlo V°, del Principe Don Giovanni d’Austria e del capitano
Prospero Colonna, tutti personaggi a favore dei quali avevano militato
i suddetti Stefano II° e Prospero. Vi sono pure due riquadri
che raffigurano la battaglia di Lepanto contro i Turchi e la battaglia
di Montcontour in Francia conto gli Ugonotti, episodi bellici ai
quali i Cansacchi parteciparono.
 Perticolare Sala Federico Zuccari |
Nel salone centrale con l’alto soffitto a cupola, l’altra
fascia di affreschi che si svolge sulle quattro pareti rappresenta
bellissime scene bibliche e mitologiche intervallate dai grandi
stemmi dell’Imperatore Carlo V°, del Re di Spagna Filippo
II°, dei Colonna e dei Gonzaga, questi ultimi a ricordo di Vespasiano
Colonna, figlio di Prospero, e di sua moglie Isabella Gonzaga, al
cui servizio i suddetti Cansacchi militarono strenuamente e fedelmente.
 Palazzo G.Cansacchi - Amelia |
Vi sono pure gli stemmi dei committenti degli affreschi e cioè
di Prospero Cansacchi e di sua Moglie Giulia Geraldini, figlia del
Conte Palatino Battista Geraldini.
In un’altra stanza adiacente al salone centrale vi è
un’altra fascia di affreschi, attribuiti alla scuola degli
Zuccai, con scene mitologiche e lo stemma dei Mantica e dei Curti
di Roma, avendo Stefano III° Cansacchi sposato Gerolama Mantica,
figlia di Camilla de Curti, Marchesa di Talì.
Gli affreschi delle tre sale sono di ottima fattura ed in buono
stato di conservazione. Vi si sente l’influenza fiamminga
e come detto, sono stati attribuiti in parte al genio di Federico
Zuccari ed in parte a Nicolò Circignani, detto dalle Pomarancie
o Pomarancio e, quelli della sala più piccola adiacente alla
Sala del Pomarancio, ad allievi della scuola dei due fratelli Zuccari.
 Palazzo G.Cansacchi particolare facciata posteriore |
L’edificio ha subito ulteriori rimaneggiamenti, in alcune
sue parti, nel secolo XVIII° senza però alterazione dell’originaria
struttura. Questi lavori, a quanto ci consta, furono fatti dal Conte
Bartolomeo IV° Cansacchi, Cavaliere di Giustizia dell’Ordine
di S.Stafano di Toscana.
Dall’anno 2001 il Palazzo è di proprietà di
Federico Bona Galvagno, dei Conti di Bubbio e di Cassinasco (AT)
che ne ha iniziato un completo ed attento restauro, tuttora in corso.
 Facciata posteriore |
Tra gli interventi più recenti di restauro, è degna
di particolare nota l’integrale ristrutturazione della Cappella
privata interna al Palazzo, che era stata quasi completamente smantellata
ed adibita a normale abitazione. Il nuovo proprietario, ha dedicato
la nuova Cappella privata al Cardinale Giovanni Bona (1609 –
1674) , importantissimo Cardinale Cistercense del 1600, gemellandola
con la Chiesa di S. Bernardo alle Terme di Diocleziano a Roma, del
cui Titolo cardinalizio fu investito per primo il Giovanni Bona
nel 1669 da Papa Clemente IX (Rospigliosi), e dove lo stesso Cardinale
è sepolto.
La visita al Palazzo è possibile solo in occasione di particolari
manifestazioni.
Per ulteriori notizie
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