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Palazzi

Palazzo Venturelli


La famiglia Venturelli è conosciuta ad Amelia fin dal 1300 il capostipite Petrucciolo compare eletto nel Consiglio degli Anziani; ricordiamo inoltre Giovanni governatore di Bologna sotto Pio II poi vescovo e governatore di Cesena e quindi di tutta la Romagna sotto Sisto IV, il nipote Filippo, vescovo di Amelia e oratore comunale presso papa Eugenio IV al concilio di Firenze (1426).
Il Palazzo rientra nella tipologia di costruzione che, a cominciare dal luogo prescelto all’interno delle mura, testimonia le stratificazioni di una città in cui è evidente il riuso dell’antico. Come per la maggior parte dei palazzi nobiliari della città l’edificio venne costruito su preesistenze romane utilizzando le strutture e gli ambienti come base di appoggio. Il Palazzo inoltre si trova presso la Porta del Sole (tutt’ora ben visibile), antico accesso della città verso est, da cui una strada basolata si ricongiungeva in direzione ortogonale con il cardo, proseguimento urbano, della via Amerina.
L’ingresso è sul lato ovest in via Pomponia, mentre sul lato est, in via Civitavecchia, più basso di un piano, vi sono le entrate delle cantine che utilizzano gli ambienti della domus romana e nelle quali si trovano interessantissimi mosaici costituiti da tessere bianche e nere che formano disegni geometrici e motivi floreali stilizzati.
Al piano nobile si accede per mezzo di tre rampe si scale; il salone, a pianta rettangolare, si trova al di sopra dell’ingresso principale con due porte di accesso e tre finestre sui lati lunghi e una porta di disimpegno su ciascuno dei lati brevi. Il pavimento, originale, riporta lo stemma di famiglia. Notevole, la decorazione pittorica a fregio continuo che, nella sequenza dei quadri in finta cornice scanditi da telamoni, espone la narrazione di fatti o la rappresentazione fantastica di simboli e allegorie e nella quale è rappresentata anche la città di Amelia e i suoi paesaggi. Il Palazzo oggi di proprietà della famiglia Antonimi.
Per informazioni e visite:
www.palazzoventurelli.com

Palazzo Petrignani


Sito nella suggestiva Piazza Marconi, che fu un tempo centro di aggregazione della città, è un notevole esempio di edificio nobiliare costruito nel 1500 in stile rinascimentale. L’edificio, rimasto incompleto, fu fatto costruire da Fantino Petrigani il quale conquistò posizione nella Curia Papale sotto la protezione di Papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, il pontefice dell’XI Giubileo del 1575 famoso anche perchè nel 1582  promosse la riforma del calendario Gregoriano. Fantino fu arcivescovo di Cosenza, Maggiordomo di Gregorio XIII, vicelegato di Bologna e nunzio di Napoli nonché uno dei protettori del giovane Caravaggio. (si presume sia stato ospite a Palazzo Petrigani)

 

Le vicende del palazzo sono strettamente legate a quelle dei membri della famiglia Petrignani, specialmente a Fantino e Bartolomeo. La costruzione fu iniziata nel 1571 per volontà di Bartolomeo, ma il finanziatore era Fantino. Alla sua morte, nel 1601, i lavori vennero interrotti.Nel 1603 gli eredi trovarono il palazzo non terminato e in condizioni precarie, decisero di disfarsi dell’immobile vendendolo al Monte di Pietà. Successivamente il palazzo cambiò diversi proprietari che non modificarono le preesistenti divisioni.

 

 

 

 

 

 

facciata
Il palazzo si caratterizza all’esterno, nella parte che si affaccia sull’antica Platea major, per l’imponente facciata costruita in muratura in laterizi a cortina e articolata su quattro livelli orizzontali suddivisi in cinque sale verticali di finestre di varia grandezza. Sull’asse centrale il grande portone. Quest’ultimo costituisce un ingresso incompiuto in quanto lo scalone principale per accedere ai piani superiori non fu mai costruito. Il portone ha un imbotto lavorato in travertino, dove era collocato lo stemma di Bartolomeo Petrignani, rimosso nei primi del 1900. Gli angoli del palazzo sono evidenziati da bugnato in travertino, che parte da terra e giunge sino al sottotetto. Al piano terreno oggi compaiono 4 aperture di accesso, oltre al portone principale. Questo era in origine un piano adibito ai servizi dove erano collocate le cucine e gli ambienti di lavoro del palazzo.

 

 

 

interno
I caratteri stilistici degli affreschi delle sale denotano la successione delle decorazioni di diverse maestranze e sono stati attribuiti principalmente alla scuola degli Zuccari (Taddeo e Federico) per la somiglianza del ciclo amerino con quello più importante e famoso di Palazzo Caprarola, eseguito dai due fratelli. Attribuzioni anche a Livio Agresti e al suo allievo Littardo Piccioli, oltre naturalmente ai pittori fiamminghi, sicuramente autori delle grottesche che fanno da protagoniste nella decorazione delle sale del palazzo.

 

 

 

Anticamera:
La scena dipinta nella volta di questa stanza, di ridotte dimensioni, presenta 2 figure, una maschile e l’altra femminile poste di fronte, unite da una catena alle caviglie e da un bracciale ai polsi.

Entrambe sorreggono con una mano un anello che innalzano verso la colomba dello Spirito Santo, con l’altro un ramoscello, attributo tipico dei martiri.
La tradizione li identifica come S. Fermina e S. Olimpiade, protettori di Amelia e martiri al tempo di Diocliziano.

Sala 1.
La volta del soffitto di questa sala è interamente decorata a grottesche. Al centro la “creazione di Eva”: Adamo dormiente sotto degli alberi, Eva a mani giunte si inginocchia davanti al Creatore benedicente. Questa stessa scena è da considerarsi una copia di quella a palazzo Farnese a Caprarola degli Zuccari.
Al centro di ogni vela sono affrescati dei paesaggi animati da figure di dame e cavalieri.

 

 

Sala 2.
E’ la sala più importante: racchiusa da una cornice di stucco e circondato da un festone di fiori e frutta, c’è dipinto al centro della volta l’incontro tra Attila e il Leone.
L’opera è la copia di quella di Raffaello nella stanza di Eliodoro in Vaticano.
L’affresco ricorda il celebre episodio avvenuto nel 452 d.C. sulle rive del fiume Mincio quando Papa Leone I fermò gli Unni.
Sui lati brevi, entro finte cornici in stucco, troviamo la rappresentazione allegorica di “Amore e Odio”, e del “Lavoro e Ozio”.
Nei quattro ovali figure di donne sono le allegorie dell’acqua, del fuoco, dell’aria e della terra.
La sala è detta dello Zodiaco in quanto nelle 13 lunette sono rappresentate i 12 mesi dell’anno: 12 sono scene di vita campestre.
Fonte di ispirazione sicuramente il cambiamento apportato da papa Gregorio XIII con la riforma del calendario.

Il ciclo inizia con il carro di Apollo che nell’antichità classica era conosciuto come Elio, divinità solare: il Sole, con il suo carro, regola le stagioni, i mesi e i giorni.
Il carro è orientato verso est ad indicare il percorso quotidiano. Elio viene rappresentato come un uomo affascinante con i riccioli dorati con il cocchio trainato da cavalli e preceduto da 4 figure femminili, in riferimento alla dee cosmiche: la luna, la vegetazione, l’acqua e la terra.
Elio quindi come un Dio fecondatore della grande madre, padre della natura. Le altre scene sono 12 di vita campestre, hanno in comune l’impostazione della scena in cui predomina una figura maschile di grandi dimensioni e in alto al centro il segno zodiacale corrispondente al mese in cui si svolge la scena agricola. Agli angoli della volta 4 stemmi papali sorretti da angeli e sotto in corrispondenza di ognuno di essi 4 carte tipografiche delle 4 città native dei papi protettori: Roma di Clemente VIII, (Aldobrandini), Milano di Gregorio XIV (Sfondrati), Bologna di Gregorio XIII (Boncompagni) e Firenze di Leone X (De Medici).

Sala 3.
La sala è chiamata dello specchio per la presenza di uno specchio del 1700. Al centro delle grottesche che ornano la volta è raffigurata la Battaglia di ponte Milvio, copia di un affresco di Raffaello; sopra la porta di collegamento con la seconda sala si trovano 2 carte tipografiche: Vienna e Costantinopoli, capitali di due imperi, mussulmano e cristiano in lotta fra loro. Bisogna infatti ricordare l’incarico che Fantino Petriganni aveva ricevuto prima di morire, era stato nominato Commissario delle Milizie pontificie che il papa Clemente VIII aveva fatto allestire per mandarle in soccorso all’imperatore Rodolfo II di Austria, minacciato dall’esercito turco.
Agli angoli stemmi della famiglia asburgica.

Sala 4.
Al centro della volta l’incontro di 2 personaggi, uno forse Ulisse Orsini e sullo sfondo la veduta di Amelia

Sala 5.
Al centro della volta scena di battaglia

Sala 6.
Al centro della volta l’insediamento dei padri somaschi ad Amelia il cui collegio fu voluto e finanziato dalla famiglia Petrignani.

Sala 7.
Al centro la scena di un accampamento schierato quasi in procinto di sferrare un attacco.
Potrebbe essere la rappresentazione dell’ultimo incarico di Fantino. L’allestimento delle truppe pontificie in soccorso all’imperatore Rodolfo II d’Austria

Informazioni e visite:

Ente Palio dei Colombi

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+39 347 7330 903:

+39 0744 981 18905022

Comune di Amelia Ufficio Turismo

Telefono: Comune 0744976220-205

e mail: This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

APPROFONDIMENTI

 Fantino Petrignani e il Caravaggio: (articolo del dott. Massimo Moretti)

>file icon pdf Fantino_e_Caravaggio_nov.pdf 

Palazzo Nacci


A fianco di Palazzo Petrignani si eleva, superbo, palazzo Nacci.
L’edificio mostra le diverse fasi costruttive, infatti fu iniziato nel XIV secolo, accorpando tre edifici e fu ultimato nel secolo successivo. La facciata è divisa da due linee marcapiano, una con motivi di ovuli di origine romana, l’altra dentellata.
Sono visibili nei piani superiori tracce di finestre di tipo guelfo con, sull’architrave in bassorilievo, lo stemma della famiglia Nacci.

Da menzionare l’ingresso, sul lato di Via Pellegrino Carleni, con il bellissimo portale in travertino con decorazione in bassorilievo e il cortile del Palazzo con elegante scalinata ed una loggia ornata da colonne corinzie.
Il palazzo è di proprietà privata.

Palazzo Farrattini
Notabili di Amelia già alla fine del 1300, i Farrattini giungono, nel XVI sec., a portare a Roma tre esponenti della famiglia che arriveranno a posizioni di rilievo nella Chiesa e Curia romana. Parliamo dei tre vescovi Bartolomeo II, Baldo I e Bartolomeo III che diverrà poi Cardinale nei primissimi del XVII secolo.
Canonici della Basilica Vaticana e reggenti di cancelleria, hanno rivestito ruoli primari nella Curia servendo ben 10 Pontefici. Vescovi di Amelia dal 1558 al 1571, hanno avuto un membro della famiglia all'interno del consiglio dei dieci e degli imbussolatori (istituzioni preposte al governo della città) ininterrottamente dal 1514 al 1809. Eretto tra il 1520 e il 1525 per volere di Bartolomeo Farrattini su disegno di Antonio da Sangallo il Giovane, il palazzo presenta una facciata austera e geometrica con il portale ornato da un bugnato di contorno. Sul marcapiano vi è scolpito "UT MEMINERINT POSTERI BARTHOLOMEUM FARRATINUM ALIQUANDO FUISSE EX LABORUM ET VIGILIARUM SUARUM RELIQUIIS IPSE ET SUIS CASAM POSUIT" , ossia "affinchè i posteri si ricordino di Bartolomeo Farrattini che, coi sopravanzi delle sue fatiche e delle sue veglie, procurò a se ed ai suoi quest'abitazione". Interessanti sono gli interni ed i pavimenti a mosaico romani, situati nelle cantine del palazzo. La straordinaria scala a gradoni conduce al piano nobile, dove si possono ammirare due cassettonati lignei in castagno di incredibile sobrietà e possanza.

Il Salone del Sangallo con un fregio pittorico a cornice, viene ultimato per le nozze con Plantilla Pojani che porterà in dote il feudo di Piediluco ed il nome che da alloraaffianca quello dei Conti Farrattini per dispensa papale. Bellissimo il grande camino attribuito allo stesso Sangallo per la parte inferiore e allo Scalzi nella parte superiore (l'autore dei monumenti funebri della Cappella Farrattini in Duomo). Il piano nobile si compone di altre sei sale tra cui quella detta degli Imperatori, rivestita da grottesche neoclassiche su stoffa; quella del Cardinale rivestita da un antico tessuto di damasco rosso, con un raro lampadario del XVII secolo e la sala dedicata a Caterina De' Medici a ricordo del ruolo avuto da Bartolomeo II nelle nozze tra la nipote di Papa Clemente VII e Enrico II, futuro re di Francia. Molte sono le analogie che, seppure in tono minore, intercorrono tra Palazzo Farrattini ad Amelia e Palazzo Farnese a Roma, entrambi costruiti su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane. In questo periodo (prima metà del XVI secolo) vengono realizzate numeroseopere di architettura civile commissionate dai signori del luogo. Il progetto del palazzo risale al 1517, e Antonio da Sangallo ne diresse personalmente la costruzione, nonostante fosse impegnato oltre che nei lavori per la Basilica Vaticana anche in quelli di Palazzo Farnese a Caprarola dimostrandosi così capace di alternarsi con uguale genialità tra generi diversi.
Per informazioni e visite:
www.palazzofarrattini.it

Palazzo Comunale Anchise Cansacchi

Il Palazzo Comunale già abitazione di Anchise Cansacchi, è preceduto da un cortile nel quale c’è una raccolta di reperti archeologici. Nella Sala Consiliare si osservano interessanti affreschi cinquecenteschi, recentemente restaurati tra cui il Banchetto di Amore e Psiche, il Giudizio di Paride, il Supplizio di Tantalo. E’ inoltre abbellita da un fregio con soggetti mitologici come le Fatiche di Ercole e il Carro di Diana.
La visita è possibile tutti i giorni feriali dalle ore 9.00 alle ore 12.00, il martedì e il giovedì dalle ore 15.00 alle ore 17.00. 
c/o Comune di Amelia Ufficio Turismo
Telefono: Comune 0744976220
e mail: This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

 

Palazzo Battista Geraldini (sec. XV)


Il Palazzo si trova nella parte alta della città, poco al di sotto della Cattedrale, dove domina una splendida vista sul borgo antico. L'edificio venne costruito su preesistenze romane, tutt'ora ben visibili sul lato est, utilizzando le strutture e gli ambienti come base di appoggio. E' intitolato ad uno dei membri dell'importante famiglia Geraldini, Battista. Quest'ultimo nacque in Amelia nel 1434, studiò Diritto all'Università di Perugia (della quale lo zio Angelo era Rettore): i buoni rapporti dello zio Angelo con la Curia Romana, le Corti di Napoli e Milano, determinarono le fasi essenziali della sua carriera. Fu Podestà di Montefalco, Orvieto, Ascoli Piceno, Fermo, Lanciano, Rieti; infine Podestà di Milano, dal 1464 al 1468. Gian Galeazzo Sforza lo inviò poi come Governatore in Corsica nel 1469, dove fu costretto a sedare continue rivolte dei Corsi che non volevano sottostare ad un governatore milanese e agli Sforza: e qui la sua carriera subì una vera e propria catastrofe. Tornato ad Amelia in pessime condizioni economiche, dopo aver subito il carcere e spogliato di tutti i suoi beni, fu poi Podestà di Ancona, e dal 1475 al 1480 Podestà di Firenze. Morì ad Amelia intorno al 1487. L'interno del Palazzo presenta cinque sale affrescate di notevole interessi (fine ´500) attribuite a Taddeo e Federico Zuccari e alla loro scuola, una in particolare rivela la mano di pittore fiammingo nello specifico:
Salone Principale
www.geraldini.com/new/affreschi_salone.asp
Salone dei quattro continenti e delle immagini erotiche
www.geraldini.com/new/affreschi_4cont.asp
Salone dei quattro elementi
www.geraldini.com/new/affreschi_4elem.asp
Salone delle quattro stagioni
www.geraldini.com/new/affreschi_4stag.asp
Salone delle virtù e della mitologia
www.geraldini.com/new/affreschi_virtu.asp
Il Palazzo è ancora oggi di proprietà della famiglia Geraldini. Le visite sono possibili solo nel corso di manifestazioni che verranno pubblicizzate di volta in volta.
www.geraldini.com

Palazzo G. Cansacchi


L’immobile è ubicato in Via dell’Ospedale, con accesso principale al n. 14 - - affiancato all’Ospedale di S. Maria dei Laici, viene comunemente denominato “Palazzo Cansacchi” essendo stato per secoli, ininterrottamente, di proprietà del ramo primogenio dei Conti Cansacchi, nobili di Amelia, con vincolo fedecommissorio, durato fino alla fine del secolo XVIII°, a favore dei successivi maschi primogeniti.
Il Palazzo sorge sul perimetro esterno del centro storico dell’abitato amerino, nel suo lato nord e fa corpo con le mura dominando dall’alto il così detto ‘fosso’ con una pregevole vista sulla sottostante valle e sui boschi e la fitta vegetazione che circondano la Frazione di Macchie (Castrum Machiae). Fu costruito su di un basamento di mura romane od alto medioevali, le cui caratteristiche sono tuttora visibili in alcuni tratti.
Dai documenti conservati negli archivi di Amelia, notarile e comunale, risalenti ai secoli XIII° e XIV°, risulta che nella stessa località, anticamente detta “Contrada della Valle” ed oggi “Contrada Platea” si ergevano nel medioevo le case-forti con torri dei vari rami dei Cansacchi, addossate alle mura per maggior difesa. Ancora oggi nel muro perimetrale esterno verso il ‘fosso’, si possono scorgere tracce di finestre a bifora, successivamente riempite.

La casa, nel suo aspetto attuale, presenta le caratteristiche degli edifici signorili del XV° - XVI° secolo e cioè dell’epoca rinascimentale. Ha una torre quadrata, probabilmente un tempo più elevata, le finestre rettangolari con il fascione in travertino, il portone principale di accesso e quelli secondari pure contornati di travertino. Dal portone principale si entra in un cortiletto quattrocentesco con loggia a colonne, pozzo ottagonale, porte e finestre con fasce in travertino, dal quale si accede alle scale pure in travertino, una adducente ai piani superiori l’altra ridiscendente al giardino. Il cortile è rivestito di una ricca collezione di frammenti di lapidi, di capitelli e di stemmi.
Il cortiletto risale, nella sua situazione attuale, ai rimaneggiamenti operati da Placenzio Cansacchi, Conte Palatino e Podestà di Foligno e di Spoleto (1434 – 1486) e da suo fratello ed erede Cristoforo (1445 – 1505); i due stemmi di questi personaggi con lo scudo a forma di testa di cavallo, sono ancora oggi murati nel cortile, con i loro nomi. Una lapide ricorda la figura di Placenzio Cansacchi, nato nello stesso palazzo.


All’interno dell’edificio, che è composto da un piano terreno e un piano sotto il livello stradale a sud ed aperto verso la valle al nord, oltre ai due piani superiori e la torre, vi sono numerose stanze, in gran parte con i cassettoni in legno dipinto, il pavimento a mattoni rossi intrecciati e le porte con sopra porte lavorati e fascioni di travertino.
Il grande salone centrale con l’alto soffitto a cupola (chiave di volta di 9,5 mt.), una delle sale di ingresso ed un’altra saletta presentano un’ampia fascia di pregevoli dipinti, attribuiti a Federico Zuccari ed a Nicolò Circignani, detto dalle Pomarancio. Questi affreschi, in buono stato di conservazione, sono da tempo vincolati – come tutta la costruzione - dalla Soprintendenza ai monumenti di Perugia per la loro importanza e pregio artistico e storico.

 

 

L’interno della casa fu rimaneggiato in passato dal figlio, dal nipote e dal pronipote del predetto Cristoforo e cioè da Stefano II° Cansacchi, Governatore di Ostia ed architetto militare di buonafama (1484 – 1558), da suo figlio Prospero, cavaliere nell’Ordine del Giglio (1519 – 1594) e dal figlio di lui, Stefano III°, capitano del Granduca di Toscana (1550 – 1615).
Nella sala di ingresso, tra i dipinti attribuiti a Federico Zuccari, accanto a scene mitologiche, figurano i medaglioni con i ritratti dei Papi Clemente VII°, Paolo III°, Pio V°, dell’Imperatore Carlo V°, del Principe Don Giovanni d’Austria e del capitano Prospero Colonna, tutti personaggi a favore dei quali avevano militato i suddetti Stefano II° e Prospero. Vi sono pure due riquadri che raffigurano la battaglia di Lepanto contro i Turchi e la battaglia di Montcontour in Francia conto gli Ugonotti, episodi bellici ai quali i Cansacchi parteciparono.

Nel salone centrale con l’alto soffitto a cupola, l’altra fascia di affreschi che si svolge sulle quattro pareti rappresenta bellissime scene bibliche e mitologiche intervallate dai grandi stemmi dell’Imperatore Carlo V°, del Re di Spagna Filippo II°, dei Colonna e dei Gonzaga, questi ultimi a ricordo di Vespasiano Colonna, figlio di Prospero, e di sua moglie Isabella Gonzaga, al cui servizio i suddetti Cansacchi militarono strenuamente e fedelmente.
Vi sono pure gli stemmi dei committenti degli affreschi e cioè di Prospero Cansacchi e di sua Moglie Giulia Geraldini, figlia del Conte Palatino Battista Geraldini.
In un’altra stanza adiacente al salone centrale vi è un’altra fascia di affreschi, attribuiti alla scuola degli Zuccai, con scene mitologiche e lo stemma dei Mantica e dei Curti di Roma, avendo Stefano III° Cansacchi sposato Gerolama Mantica, figlia di Camilla de Curti, Marchesa di Talì.
Gli affreschi delle tre sale sono di ottima fattura ed in buono stato di conservazione. Vi si sente l’influenza fiamminga e come detto, sono stati attribuiti in parte al genio di Federico Zuccari ed in parte a Nicolò Circignani, detto dalle Pomarancie o Pomarancio e, quelli della sala più piccola adiacente alla Sala del Pomarancio, ad allievi della scuola dei due fratelli Zuccari.

L’edificio ha subito ulteriori rimaneggiamenti, in alcune sue parti, nel secolo XVIII° senza però alterazione dell’originaria struttura. Questi lavori, a quanto ci consta, furono fatti dal Conte Bartolomeo IV° Cansacchi, Cavaliere di Giustizia dell’Ordine di S.Stafano di Toscana.
Dall’anno 2001 il Palazzo è di proprietà di Federico Bona Galvagno, dei Conti di Bubbio e di Cassinasco (AT) che ne ha iniziato un completo ed attento restauro, tuttora in corso.

 

Tra gli interventi più recenti di restauro, è degna di particolare nota l’integrale ristrutturazione della Cappella privata interna al Palazzo, che era stata quasi completamente smantellata ed adibita a normale abitazione. Il nuovo proprietario, ha dedicato la nuova Cappella privata al Cardinale Giovanni Bona (1609 – 1674) , importantissimo Cardinale Cistercense del 1600, gemellandola con la Chiesa di S. Bernardo alle Terme di Diocleziano a Roma, del cui Titolo cardinalizio fu investito per primo il Giovanni Bona nel 1669 da Papa Clemente IX (Rospigliosi), e dove lo stesso Cardinale è sepolto.
La visita al Palazzo è possibile solo in occasione di particolari manifestazioni.

Per ulteriori notizie
www.palazzocansacchi.it

PALAZZO BOCCARINI


Il Palazzo è situato in via Boccarini, 2 e fu sede dell’omonima ed illustre famiglia amerina che si era stabilita ad Amelia già verso la fine del 1200.
Il Palazzo possiede varie aggiunte dovute agli acquisti fatti nei secoli dalla stessa famiglia, di conseguenza presenta varie stratificazioni di stili che vanno dal 1300 al 1600, costruzione definitiva.
Per gentile concessione della famiglia Aldega
Di particolare bellezza il “Salone Amerino" situato al piano nobile cui si accede attualmente dalla parte posteriore del Palazzo da una piazzetta che confina con il vasto complesso di San Magno – Monastero delle Benedettine (sec. XIII – XVI) attraverso una scalinata tipica quattrocentesca.
Il piano nobile è ora di proprietà della Famiglia Aldega, che ne ha fatto una Fondazione.
Dalla scalinata si accede direttamente nel Salone che possiede magnifici affreschi attribuiti a Livio Agresti pittore manierista dell’ultima parte del cinquecento.
Si pensa che gli affreschi siano stati ordinati da Flavio Boccarini illustre prelato amerino, Canonico della Basilica di San Pietro a Roma che alla sua morte lasciò un cospicui lascito per l’istruzione e l’educazione dei giovani amerini meno abbienti presso la scuola dei Padri Somaschi situata nel collegio si San Michele Arcangelo (attuale Complesso di Sant’Angelo) dal 1601 al 1839.
Glia affreschi sono stati restaurati dalla Fondazione Aldega con uno straordinario impegno economico nel riportare alla luce e all’antico splendore questa sala negletta e lasciata all’incuria totale. I lavori di restauro sono stati curati dal bravissimo restauratore Augusto Ricci, il soffitto da Ilaria Bigiaretti, le tappezzerie ed i tendaggi di San Leucio sono stati eseguiti e montati da Alberto Canulli, le decorazioni degli zoccoli dal decoratore Massimiliano Daga e le porte, riportate alla loro antica lacca dal restauratore ed indoratore Mirko Capenti.
Da ulteriore studio condotto dallo storico d’arte Marcello Aldega sono scaturite nuove interessanti ipotesi attributive che verranno vagliate prossimamente.
Breve descrizione degli affreschi:
il salone Amerino comprende dieci scene di storia e mito amerino.
Agli angoli stemmi di nobili famiglie amerine nate dall’unione tra la famiglia Boccarini e le famiglie Venturelli, Cansacchi ed altre non ancora identificate.
Sulle pareti più lunghe ci sono due allegorie di Amelia, una come Telluis Mater che con il suo latte nutre la terra e gli animali.
L’altra come città forte, potente: Amelia ricca di messi e di vita seduta sopra un cinghiale, chiara allegoria di sfida a Roma.
Ai lati delle rappresentazioni di Amelia le quattro stagioni con allegorie che portano ognuna una perla, perla che fa parte dello stemma Boccarini.
Le dieci raffigurazioni mostrano diverse vedute di Amelia e rappresentano la terra, i frutti, che fanno ricca la città e noti fin dall’antichità: da citare la Mela amerina frutto autoctono ancora presente e oggi in fase di valorizzazione.
Rappresentati inoltre scorci che ancora esistono come la torre Boccarini detta la Torraccia, oggi oggetto di superstizioni.
Il mito di Cincinnato, che sembra sia nato ad Amelia e che abbandona il senato romano per venire a lavorare la sua terra ed infine l’ingresso di Papa Gregorio XIII che lungo un viaggio si ferma nei pressi di Amelia e viene riverito dalla nobiltà locale.

 

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